mercoledì 21 aprile 2010

Giù la testa, coglione!

Silenzio. La rivoluzione non è un pranzo di gala schermo nero non è una festa letteraria nero non è un disegno o un ricamo nero non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. Forte pausa. La rivoluzione è un atto di violenza.
Mao Tse Tung

Del Giù la testa (1972) di Sergio Leone ci si domanda sempre e costantemente se è uno spaghetti western "classico" (se si può usare tale termine visto che fino a dieci anni prima il mondoancora non conosceva il western made in Cinecittà), fino a quel punto in cui si dichiara impossibile sciogliere il dubbio e si segue soltanto la cupa sceneggiatura del film.
Leone sposta lo scenario dalle pianure americane al deserto messicano: l'anno è il 1916, è in atto una rivoluzione capeggiata da due miti come Pancho Villa e Zapata. Non siamo più di fronte a personalità statuarie, individualistiche, come nei precedenti film di Leone, ma uomini che si relazionano continuamente con i tragici fatti che squarciano a metà (come in ogni guerra civile) il paese centramericano.
Juan (Rod Steiger) ha figli, molti, vive di brigantaggio, abile con la pistola, debole d'intelletto, pare una versione ispanica del brutto de "Il buono, il brutto e il cattivo" e difatti Morricone ne sottolinea le gesta con una forte ironia, anche se tale incoscienza sarà determinante e la rivoluzione ne farà un eroe assoluto. John (James Coburn) è irlandese, conosce da vicino la rivoluzione nel suo paese e la vita in stato di clandestinità, ma non ha mai smesso di sperare nella liberazione degli oppressi: un garibaldi dal crin fulvo, armeggia con dinamite e nitroglicerina in bottiglia, sfreccia lungo le polverose vie del West a bordo di una motocicletta.
I volti dei pistoleros sono volti rozzi, segnati, provati, sono la dannata esemplificazione di come, in quegli anni, il mito della frontiera e del Lontano Ovest stiano per decadere aprendo le porte, anche qui, alla modernità: il treno, così ricorrente come mezzo di locomozione nel film, spezza in due il paese e apre le porte a un furioso progresso, dirompente e fragoroso. Per Leone il cozzo tra i due mondi porta necessariamente alla morte, nessuna contaminazione è possibile. Non resta che aggrapparsi a quanto c'è di più caro e sperare di entrare nell'era moderna dalla porta della giustizia e del trionfo delle classi povere. Il regista romano salta con i suoi personaggi, cullati e adorati a lungo, salta verso l'incognita dell'avvenire: artisticamente ciò si concretizzerà nella lunga maturazione del suo titolo più identificativo, C'era una volta in America.
Juan dice a proposito di rivoluzioni: "Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c'è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri che sono i poveracci e gli dice 'oh, è venuto il momento di cambiare tutto'. [...] E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti!". Parole del 1972: cosa vuol dire parlare di rivoluzione (comunista of course) nell'Italia post-68? Leone lo fa senza retorica, preoccupandosi dei possibili giovamenti che la povera gente può ottenere e non si perde in utopistiche costruzioni istituzionali. Ma non c'è bellezza nella rivoluzione, non c'è ordine, non c'è amore, c'è solo odio, contrapposizione dettata da futili ideologia, odio di classe. C'è una lotta infinita, senza nè vinti nè vincitori. Chi ne fa le spese? Ecco, la povera gente. Chi ne trae giovamento? I furbi, i doppiogiochisti, i voltagabbana.

lunedì 19 aprile 2010

Quello che i vulcani non dicono

E' in momenti come questi che ti rivolgi alla scienza e da loro pretendi spiegazioni. Ma già lo scorso Venerdì gli ingegneri del circondario apparentemente non sapevano rispondere all'annosa questione. Diamine, com'è che un vulcano in Islanda, in Islanda, possa paralizzare l'intera Europa? Dove è la scienza quando serve: possibile che i matematicus purus non riescano ad arginare un'eruzione vulcanica? In Islanda, in quella terra dimenticata da tutti, dai loro abitanti, dai folletti emigrati su barconi di fortuna e in semi clandestinità alla volta della più rigogliosa Groenlandia. Ecco...
Il Vesuv...ehr, l'Etna erutta ogni fottuto giorno, ma non ha mai rotto il cazzo a nessuno, anzi, ecce homo, è un validissimo sussidio ai braccianti meridionali, che possono permettersi anche il lusso di attendere che un cumulo di sassi fertilizzi i loro campi.
Cioè la Svezia ha chiuso per 48 h il suo spazio aereo, del tipo che se un piccione viaggiatore avesse solo e soltanto maturato l'idea di nidificare su una delle trecentomila isolette nel Mar Baltico avrebbe ricevuto di certo un colpo di cannone, uno di quelli avanzati dall'unico momento storico significativo di questo paese, la Guerra dei Trent'Anni. E poi dai, un paese che trascorre 364 giorni l'anno a discutere su chi sia il più meritevole scienziato dell'anno. Se non è perdita di tempo...
Questa è una feroce dichiarazione verso questi scienziati che stanno a cincischiare nei sotterranei di Ginevra aspettando lo scontro di due particelle, che certamente non esistono. Pensate bene a come rimediare a questo disastro da voi provocato, che ora rischia di ripercuotersi sull'Autore. Proprio nel pomeriggio ha ricevuto questa mail da un rivenditore di Ebay: "I would really appreciate it if you would allow more time for it to arrive due to the current situation with airport closures because of the Icelandic volcano eruption. Thank you!".
15 giorni di tempo per rimettere in sesto il servizio postale di sua Maestà britannica. Non uno di più.
Ipotetico condono a chi riesce a pronunciare il nome del mostro di lava, tal Eyjafjollajokull, senza mordersi la lingua biforcuta...


Lo sa, caro signor Eyjafjollajokull, cosa è in via di combinare?

domenica 18 aprile 2010

Libertà sessuale: a chi?

Una delle maggiori conquiste del secolo scorso è stata certamente, fuor di dubbio, il raggiungimento della parità sessuale. Un traguardo, specialmente in Italia, sognato per tutta la prima metà del secolo, quando in Francia e in Inghilterra le donne già erano chiamate al voto. Questo in Italia no: per la Chiesa e per il Fascismo la donna era e doveva essere un'umile serva della patria, chiusa in casa a sfornar bambini per la glorificazione della razza italica.
L'aborto e il divorzio sono arrivati piuttosto in là, anche se le due cose oggigiorno sono sedimentate dalla popolazione e forse strabusate. Nessuna quindi si ricorda più di quella generazione che combatteva il maschilismo e la repressività di una società troppo bigotta e perbenista, "la generazione - scrive in un lungo articolo sul Corriere della Sera la scrittrice Susanna Tamaro - che nei tè pomeridiani, tra un effluvio di patchouli e una canna, imparava il metodo Karman, cioè come procurarsi un aborto domestico con la complicità di un gruppo di amiche. Quella generazione che organizzava dei voli collettivi a Londra per accompagnare ad abortire donne in uno stato così avanzato di gravidanza da sfiorare il parto prematuro".
Quell'avanguardia del femminismo dove sta ora? Ha dichiarato conclusa la guerra, se ne sta nelle tante cittadine della penisola a incitare la figlia (o addirittura la nipote) all'aborto, al sesso sicuro, alla contraccezione? E la società cosa insegna a chi si affaccia per la prima volta sul mondo del liberalismo sessuale?
"Ho l’impressione - prosegue la scrittrice - che anche adesso il discorso sulla vita sia rimasto confinato tra due barriere ideologiche contrapposte", la Chiesa da un lato a promuovere con forza ed efficacia una difesa a oltranza della vita, i progressisti a negarla con fermezza, come un ferrovecchio che quando non funziona più, quando sfida le tecniche evoluzionistiche darwiniane, va abbandonato, buttato.
A questi adolescenti, questi nati negli anni '90, "qualcuno ha spiegato loro che cos’è la vita, il rispetto per il loro corpo? Qualcuno ha mai detto loro che si può anche dire di no, che la felicità non passa necessariamente attraverso tutti i rapporti sessuali possibili?". Una promiscuità sessuale, ormai accettata con lassismo, porta necessariamente a una libertà senza confini, richiama la contraccezione come un gioco, roba da un sì o da un no: se va male pazienza, la creatura la cestiniamo.
E allora la domanda cambia, "sono più felici, mi chiedo, sono più libere le ragazze di adesso rispetto a quarant’anni fa? Non mi pare. Le grandi battaglie per la liberazione femminile sembrano purtroppo aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso". Non già reprimendo il loro corpo, la propria sessualità, ma esaltandola, curando la propria immagine, il proprio look, il proprio apparire. Vediamo con una certa frequenza bambine truccate come prostitute, al cellulare con le amiche o forse con il fidanzatino, che ti guardano perse, superiori, pronte a tutto: e poi arriva la maggiore età, laddove "pare che molte ragazze, per i loro diciotto anni, chiedano dei ritocchi estetici in regalo. Un seno un po’ più voluminoso, un naso meno prominente, labbra più sensuali, orecchie meno a vela".
"Siamo passati così - conclude la Tamaro - dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità, che spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione. Più fai sesso, più sei in gamba, più sei ammirata dal gruppo". Così non va, mie care, così si perde il contatto con le conquiste precedenti, così si banalizzano i preziosi risultati agguantati, così si routinizza uno status strappato con i denti e con le unghie. Sporche e insanguinate, non di smalto appena fresco.

mercoledì 14 aprile 2010

Ematiche dissipazioni

C'è qualcosa di inquietante nel veder fuoriuscire del liquido ematico dalle narici, nel vederlo scorrere appena sotto il setto nasale e ammirarlo mentre incontra l'ostacolo del labbro superiore, scivola lungo la bocca e si schianta al suolo.
E c'è qualcosa di perverso nel far amicizia con questo increscioso avvenimento fisiologico, noto ai matematicus purus come epistassi, diffuso nel sentir comune come sangue dal naso. E tu lo conosci fin troppo bene, con esso hai assoluta familiarità: gli ultimi vent'anni sono stati scanditi da occasionali fuoriuscite, a distanza di tre mesi l'una dall'altra, con visibili eccezioni e intensificazioni a ridosso della bella stagione. E se nell'infanzia a tenere il conto delle emissioni era la lavanderia ben contenta di ripulire dal liquido rosso le lenzuola dell'orso Yogi, nell'avvicinarsi alla maggior età il fatto si è presentato all'ultimo piano del Liceo Scientifico Tosi proprio mentre il sostituto del dott. Bisanzio invocava il tuo nome (pura coincidenza?) e tu lo salutavi con un ormai leggendario "puttana" (al setto nasale ovviamente, non altri), oppure agli albori di una scampagnata tra le montagne valdostane o presso Monza preannunciando i furiosi combattimenti di qualche ora più tardi. Ricordi che in quest'ultima occasione indossavi una lucente armatura e cavalcavi un cavallo bianco; il resto è stato ahimè rimosso.
Ma quando l'accadimento non subentra in trasferte extra-casalinghe, il fatto rientra nella pura normalità: la prima goccia scende ed intercetta il palmo destro che la raccoglie prontamente, stesso destino le successive. A ciò segue una doverosa imprecazione/maledizione, nonchè una tranquilla camminata al bagno più vicino (magari quello più appartato al piano di sotto, onde non sporcare il lavabo appena lucidato). Una lavata di faccia veloce, una perdita di pazienza per l'epistassi che non s'arresta in tempi brevi, una estirpazione del male e una generale ripulita.
Schema ultracollaudato, inossidabile, infallibile: come rievocato stamattina quando nel pieno dello studio si è presentato il liquido amico e tu lo hai condotto al vicino luogo di espulsione raccontandogli nel frattempo di come secondo la teoria della subcultura di Shaw e McKay non è l'individuo a deviare, ma bensì il gruppo di cui l'individuo è membro.
Già proprio così...

mercoledì 7 aprile 2010

L'allenatore di ottenni

Il finocchietto non c'è. Ma gli altri ci sono tutti: il grasso sbafamerendine e tonto, il secchione quattrocchi e impacciato, i gemelli vestiti uguali (ah, son gemelli? Si in effetti mi sembravano un pò troppo simili), il ricciolino esuberante, lo straniero o presunto tale (in questo caso emulo di Putin, solo giusto più biondo).
Ci son tutte le categorie tipiche della commedia a stelle e strisce: quella del papà grassotto (modello John Goodman nell'Asilo dei Papà) che allena quattro sfigatelli, di cui uno è sempre suo figlio ottenne, a baseball/football/basket e gli fa vincere il campionato megagalattico. Diventando al conbtempo il padre più migliore del mondo: achievement unlocked!
Solo che qui siamo nel cuore delle Prealpi italiche, il babbo è sostituito da un aitante giovinotto con gli occhiali e il fischietto: ma la squadra fa certamente acqua. Sono indisciplinati. Ma sono ottenni, settenni: che volere?
Che imparino a non farsi la guerra per decidere chi fa la contesa, che non trasformino ogni singola azione in una mischia rugbystica, che non si sbraccino per tirare un misero tiro libero ecc...
Fortunatamente nessun campionato da vincere, solo tanta voglia di divertirsi e svagarsi da ambo le parti, nella speranza che ogni allenamento non conduca tre bambinetti a fracassarsi il dito...

Rockstar non gioca più con le vecchiette...

Fa paura. Fa dannatamente paura. Il modello editoriale americano si è ora espanso anche alla succursale (videoludicamente parlando, vedi Kotaku) australiana.
Due anni fa il caso di Jeff Gerstmann e del suo licenziamento da Gamespot causa-rimostranze-da-Eidos circa la recensione negativa di Kane & Lynch (è una chiavica di gioco, che dire altro?) aveva fatto il giro del pianeta, coinvolgendo anche la stampa (videoludica, s'intende) europea: l'idea che i publisher avessero così tanto potere all'interno delle redazioni statunitensi, anche di quelle più importanti, da costringere al licenziamento uno dei giornalisti più in vista della testata, faceva rabbrividire chiunque, in particolare coloro che investono tempo e denaro per portare avanti un progetto editoriale legato ai videogiochi.
Oggi spunta il caso Toby McCasker, che curava la pagina videoludica di Zoo Weekly. E' il portale news.au a seguire da vicino la faccenda: tutto ha inizio quando giorni addietro aveva pubblicato un'articolo, un'anteprima, a seguito della prova su strada dell'atteso Red Dead Redemption di Rockstar Games. Non deve essere stato uno scritto particolarmente lusinghiero, tant'è che il PR della casa di GTA invitò i direttori della testata a rivedere il pezzo pubblicato: "E' il titolo più grandioso che abbiamo prodotto dopo GTA IV - recita la mail recapitata a zoo weekly - e già sta ricevendo nomination come gioco dell'anno da molti specialisti da tutto il mondo. Puo verificare che l'articolo di Toby rifletta questo - dovrebbe rispettare meglio le aspettative di cui scrive".
Ora: il problema non risiede tanto nel fatto che un produttore faccia pressioni su un redattore. E' cosa non eticamente cristallina, ma rientra di certo nelle cose accettate. Dopotutto stampa e industria videoludica hanno bisogno l'uno dell'altro per sopravvivere: l'uno invia le notizie, l'altro le pubblica. Così, banalmente...
McCasker ha sbagliato nel momento in cui ha pubblicato quella mail sul proprio profilo Facebook, scatenando l'ira e l'odio di Rockstar. Così ha commentato il povero Toby: "Non mi sono iscritto come giornalista per scrivere pubblicità mascherata da editoria. Questa cultura del ‘cash for comment' sta velocemente diventando lo status quo nell'editoria, e mi da tremendamente fastidio". Eccolo il modello americano: trattare i giornalisti come (scomodi) pubblicitari. Le cose non vanno di certo così, o meglio non devono andare così: il produtore invita la stampa a provare un prodotto, gli fornisce un'area rilassata, delle sorridenti signorine, qualche frizzante stuzzichino, una manciata di gadget. E qui finisce, questo è il limite: l'ammaliato giornalista, contento comunque per il lusinghiero trattamento ricevuto, si siede di fronte al computer e batte le sue impressioni e sensazioni. Ma a questo punto si riterrebbe che il produttore in questione prenda atto e non si lamenti di quanto fuoriesce dagli infuocati polpastrelli.
Oltretutto, dai, Rockstar, per una misera anteprima!!

sabato 3 aprile 2010

Il cieco e il pediatra

Era una sfida che non si ripeteva da ben sei anni, che da queste parti sono lunghi. Ma a quelle latitudini lo sono ancora di più. In sei anni porti a termine il ciclo di studi superiori (no, scusa, non tu Renzo...). In sei anni la juventus può vincere sei Europa League.
Nell'inverno 2004 Metal Gear Solid 3 Snake Eater approdava finalmente su Playstation 2, dando sfogo agli istinti bestiali di un Kojima sempre più osannato, ma anche sempre più criticato. Contestualmente, somewhere in Canada, Ubisoft gettava nella mischia l'atteso seguito di Splinter Cell, quel Pandora Tomorrow che proiettò la serie verso l'infinito, e oltre solo poi con Chaos Theory.
Per quanto i due prodotti alla fin della fiera erano assai diversi, la stampa bramante di lotte gladiatorie li accostò sovente chiedendo con insistenza quale considerazioni gli uni avessero dell'avversario: per Kojima SC usava troppi tasti, per i ragazzi di Ubi Metal Gear era troppo borioso nella narrazione.
Eppure, a onor del vero, ci piaceva questo scambio di colpi, sempre serrato, che per certi versi scandiva il ritmo di una generazione di console che più o meno aveva già detto tutto (non dimentichiamoci che il 2005, con Xbox 360, i 128 bit cessano di trainare l'evoluzione del videogame: eppure ce li troviamo ancora pei coglioni anche cinque anni più tardi. Ah no, chiedo scusa, il Wii è un 64 bit...).
Poi le due serie presero differenti direzioni: quella nipponica si divertì per qualche annetto con graphic novel e puzzle game, quella americana portò a termine il compito con Double Agent (2006) prima di rifare trecentoquarantatre volte Convinction (che forse tra un paio di settimane esce sugli scaffali. Ma non ci giurerei...). Del 2008 è Guns of Patriot, troppo lontano e troppo eterogeneo per ingaggiare lo scontro.
Ma è questo Aprile che, sicuramente, le due serie torneranno ad incrociare gli sguardi: il 16 (lo ripetiamo, forse...) esce Splinter Cell Convinction, il 28 (in Giappone, a Giugno negli altri mercati) apparirà su PSP Metal Gear Solid Peace Walker. Entrambi i progetti sono realmente diversi, e non ci sono contaminazioni di sorta, ma condividono il fatto di uscire dal seminato rispetto ai capitoli passati: Sam Fisher esce per fare quattro passi alla luce del sole, Solid Snake si esibisce al meglio su una console portatile (dopo i pasticci dei Portable Ops e il misterioso Touch) miscelando la giungla del terzo capitolo (come assaggiato nella demo del Tokyo Game Show) alle architetture dei primi due capitoli (come si vede nell'ultimo trailer distribuito).
La curiosità di padroneggiare entrambi i titoli è davvero molta, così come quella di accostarli (la stampa specializzata freme: questo è certo): se le premesse saranno concretizzate nel prodotto finale, si potrà adunque dire di non aver aspettato sei lunghi anni invano nell'ombra...


mercoledì 31 marzo 2010

De Re(gionale) Publica

Devi aver dormito molto. E forse hai pure sognato.
Il risveglio non è dei migliori, ma non poi così brutto.
Anzitutto, e mi rivolgono ai cari concittadini della Padania, le vostre carte d'identità non servono più: o meglio saranno presto sostituite da nuove tessere che attesteranno le vostri nobili origini nordiste. Più realisticamente, c'è chi era pronto a guardare al successo della Lega sul PDL in Lombardia (cosa non avvenuta; Formigoni poteva benissimo presentarsi da solo e avrebbe comunque portato a casa il bottino, diventare governatore), e invece eccoli lì a danzare per le vie di Torino in una vittoria strappata all'ultimo secondo da un novarese (!!) contro una improbabile sinistra (laica) allargata al centro. O a Venezia, o meglio nelle valli venete, con una persona di polso, un grande ministro (la delusione per aver perso cotanta persona alle politiche agricole è davvero impagabile in famiglia), che sicuramente ben si spenderà per la regione (pur dovendo dividere la Serenissima con un sindaco avverso, facile vincitore ai danni dell'assenteista Brunetta).
E non dimentichiamo le folli cavalcate in Emilia Romagna, in Toscana, in Umbria: i lumbard sono ormai alle porte di Roma. Basterà anche stavolta il Papa a fermarli?

Dovunque ha vinto l'amore. Ma non l'amore semplice semplice, l'amoooore. Per cosa poi? è un mistero. Queste elezioni sono il portato di una campagna elettorale partita male (e il Lazio questo lo ha pagato caro con un'affluenza di circa 10 punti sotto la media nazionale), proseguita peggio e finita "in assenza di tv" parlando "in primo luogo di tv", osservava ieri Grasso sul Corriere. Domenica sera si temeva una disaffezione tipo quella francese (dove si è recata alle urne solo una persona su due), ma poi un pò ovunque si è tornati a soglie accettabili (due italiani su tre), recuperando leggermente durante la mattinata di Lunedì. Segno che la politica emoziona ancora i nostri (ormai ex) concittadini, specie quelli più anzianotti (i ragazzi del 22 e 23, quelli che orgogliosamente ti dicevano "io è dal quarantotto che voto", oppure "mi son spezzato entrambi i femori ma son venuto lo stesso": a queste persone tu gli hai stretto la mano, registrato le loro generalità e aspettandoli alla prossima), quelli di mezza età (ligi al dovere, anche se non sono mancati gli originali: "vota Ali Babà che i ladroni son soltanto quaranta" consiglia alla moglie) e qualche sparuto gruppo giovanile, irredentisti di una qualche sinistra che forse non è mai esistita. Ma molti, purtroppo, preferiscono fare altro: cosa vi costa fare una capatina di dieci minuti? Li trovate dieci minuti in 22 ore di apertura dei seggi (che, può garantire la poltrita di ieri pomeriggio, poche non sono) o no?

Il Pd come "partito appenninico", come la Lega, forte solo in alcuni territori del centro (Emilia, Toscana, Marche, Umbria), con appendici più o meno insignificanti in Liguria e Basilicata. In Puglia, ahinoi, si riconferma Vendola (49 %) staccando Palese (42 %) e la Poli Bortone (8,6 %), che se avessero deciso di correre insieme avrebbero certamente cancellato quel malgoverno nella regione adriatica uscito allo scoperto con lo scandalo sulla sanità. Così non è andata per la delusione di buona parte del PdL e di qualche stralo del PD (rode Massimino?). E nonostante tutto Il Fatto ieri esordiva scrivendo "Meno male che c'è Vendola".
Lazio, Campania e Calabria: è qui la vera vittoria della destra. Contro la stanca radicale anti-tutto, contro l'apatia organizzativa (ora si deve mettere mano all'efficienza),...
Inutile trarre rilievi nazionali: regione per regione ha vinto questo o quell'altro. I numeri nazionali (sopratutto confrontati con precedenti tornate nazionali, laddove aveva votato l'intero territorio nazionale, mentre qui solo parte dell'Italia e la Padania) non danno la vittoria a nessuno: il PdL cala, il PD rimane più o meno stabile, IDV scandalosa (assolutamente ininfluente), UDC bah, sale la Lega (primo partito in Veneto) e fa bene Grillo con il Movimento 5 Stelle (determinante in Piemonte, al 7 % in Emilia Romagna). Ma è ovvio che si possono trarre al massimo comprove dal responso regionale: "i tre anni che il governo ha davanti non offrono più alibi da accampare per l'incapacità di fare le riforme o per le decisioni non prese: il centrodestra deve governare davvero", Massimo Franco ieri sulla prima pagina del Corriere. Possibilmente pensando a federalismo e giustizia, lavoro e scuola, non al cancro o al presidenzialismo. Tre anni sono ancora molti e se Berlusconi dal 29 Marzo esce in qualche modo ottimista, corroborato, sarà solo nel 2013 che si vedrà quantro ancora tiene questo berlusconismo.


Cosa rispondere a uno che vuole convincerti che tu non sei di Olgiate? Cosa dire a chi Manifesto alla mano cercava di convincerti che quel tal voto era valido? Come guardare la tal signora che abbandona con nonchalanche la tessera del PD appena prima di entrare nella cabina? Cosa pensare di quel genio che adopera il voto disgiunto barrando Lega e Beppe Grillo Presidente? O Sinistra Ecologia e Libertà e Formigoni Presidente? O quello che in un eccesso di fiducia barra un buon cinquanta per cento dei simboli presenti sulla scheda? O di chi riporta ai gentili scrutatori il risultato di Roma Inter, commentando "Mou suca"? O della signora che, non si sà mai, scrive il proprio nome e cognome? O "voto sticazzi"?
Questo e molto altro in due giorni di permanenza al seggio quattro della scuola media Dante Alighieri...

venerdì 26 marzo 2010

Marcorè perunpomeriggio

Una sedia. Un'aula magna gremita.
Basta poco per parlare, dialogare, confrontarsi.
Ed è quello che ha fatto l'attore Neri Marcorè venerdì 26 alla Statale di Milano, in una lunga intervista con gli studenti universitari. Bazzica in questi giorni nel capoluogo lombardo per la conclusione della terza stagione del suo spettacolo teatrale "Un certo signor G" dedicato alla persona di Giorgio Gaber, monologhi e canzone reinterpretate alla luce della situazione attuale (anche se Marcorè ritiene che pochi passi avanti si siano fatti in questo paese dagli anni '70 e '80). E proprio il giovedì precedente teneva tale spettacolo, quando avrebbe preferito guardare in diretta lo show di Santoro da Bologna (Raiperunanotte), al quale - confessa- avrebbe desiderato anche partecipare.
Dice che non è il suo paladino, ma la trasmissione è sicuramente importante per la rivendicazione di quella libertà di informazione, patrimonio comune della nazione italica. Democratica.
Ma che personaggio questo Marcorè: eclettico, spiritoso e marchigiano. Di cosa vogliamo palare? Di satira? "La satira è quel mezzo d'espressione che coniuga la comicità e l'informazione", cioè presenta mediante il riso nozione e notizie altrimenti non veicolabili dai normali mezzi di comunicazione. Molto opinabile. Ma sicuramente "il pubblico è l'unico censore possibile", sovrano sulle performance degli autori satirici. Non altri.
Brillante e sagace il ragazzo, decisamente invaghito delle meravigliose canzoni di Giorgio Gaber: ah lui, in proposito, temeva non tanto "Berlusconi in sè, ma Berlusconi in me". E forse bisogna pensare del livello di pervasività raggiunto dal leader del centrodestra da sedici anni a questa parte. Già, ma solo dopo queste infauste elezioni...
Dicevamo che si è portato una chitarra, di piccole dimensioni, per cantare alcune canzoni dell'artista, come la più che calzante "Le elezioni". Dissemina per l'aula a due piani una contagiosa risata, spontanea tanto quanto le boccacce di Gaber nel corso dei suoi concerti. "Non so cosa manca a me del signor G" si chiede Marcorè "forse le melodie, forse la poesia". Niente di tutto questo: "forse il naso". Ecco, ta ta ta tan.


martedì 23 marzo 2010

Ran Google Ran!

"Riteniamo che questo nuovo approccio di fornire ricerche non censurate in cinese semplice attraverso Google.com.hk sia una soluzione ragionevole: è interamente legale e aumenterà significativamente l'accesso all'informazione dei cinesi. Ci auguriamo che il governo cinese rispetti la nostra decisione, anche se siamo consapevoli che potrebbe bloccare l'accesso ai nostri servizi"

Insomma Google ha mollato la presa col governo cinese, ha abbandonato il braccio di ferro che perdurava da diversi mesi (con notevoli complicazioni, anche politiche) e ha fatto pulizie nei propri uffici di Pechino. Le foto dei figli, la bandierina americana sulle mensole e il fantozziano ficus nell'angolo.
Ma non si sono mossi poi molto: con una mossa più o meno furba, si sono stabiliti in quel di Hong Kong, la famosa enclave cinese con notevoli autonomie (difatti è una sorta di città libera). Google.com.hk è duinque diventata la "nuova casa di Google Cina", come recita un messaggio in cinese che accoglie ora i visitatori.
Per il gigante americano vi è certamente il rammarico per aver abbandonato un mercato assai interessante da esplorare, ma per una volta si deve essere contenti perchè l'etica ha prevalso sul profitto commerciale.
Il trasloco, però, è decisamente una manovra rischiosa, perchè rappresenta una decisa sfida ai vertici del Partito Comunista Cinese. al momento la Casa Bianca non si è pronunciata, portando avanti quel relativo gelo di questi mesi nei confronti della Cina, dopo le grandi aperture del Luglio e Agosto scorsi.

Rimaniamo in tema di Google e volgiamo ancora lo sguardo a Oriente, un pò più in là della Muraglia. Il motore di ricerca quest'oggi, infatti, ricorda il centenario della nascita del regista giapponese Akira Kurosawa (avvenuta il 23 marzo del 1910, a Shinagawa, Tokyo) con un affettuoso logo monocromatico, in cui la seconda "o" diviene l'obiettivo della macchina da presa. Un gradito tributo per uno dei maggiori cineasti di sempre, una figura indispensabile per comprendere il secondo dopoguerra giapponese: per noi, così come per gli abitanti del Sol Levante, che individuavano nelle coraggiose storie da lui raccontate, negli allestimenti in costume, una fonte inesauribile di forza di vivere, tale da sopportare le angherie americane.
I piani per festeggiare questi cento anni devono ancora essere debitamente annunciati (parlo del nostro paese naturalmente); per ora si conosce soltanto l'arrivo della riedizione Blu Ray di uno dei suoi capolavori, Ran del 1985.